Me Vs. Stefano Bonazzi

fotografo stefano bonazzi intervista

Stefano Bonazzi è un artista coraggioso. Mentre la psicologia del “Mi piace” divampa generando un pubblico assertivo che raramente va oltre alla fatica di un click, la fotografia di Stefano chiede a ognuno di noi di fermarci a osservare. Ci chiede di prolungare il nostro dormiveglia per poterci interrogare sui fantasmi che popolano quello spaccato temporale tra la vita e la morte. Fantasmi intangibili, multifaccia, multiformi, che incarnano le paure della notte e il malessere del giorno che sta per iniziare. Fantasmi mascherati, cupi, effimeri, ma impauriti.
Stefano è un artista coraggioso perché le sue fotografie ci chiedono di fermarci e di osservare. Di riflettere e di rifletterci. È una fotografia faticosa, ma del resto, quale buona arte non lo è? Vi invito a dedicare il giusto tempo che ognuna di queste fotografie merita. Osservatele, gustatevele, rielaboratele. Ecco un approfondimento che ho avuto il piacere di fare con Stefano.

“I miei personaggi sono impregnati di paura”. Partendo da questa tua affermazione circa la natura dei tuoi personaggi vorrei chiederti di parlarmi della tua produzione artistica relazionandola ove possibile proprio alla paura, all’origine della paura, ai tipi di paura, all’evoluzione del concetto di paura.

La posa prima di tutto. I gatti s’immobilizzano quando si sentono minacciati da qualcosa. I miei personaggi si comportano allo stesso modo, sono immobili rispetto a un contesto ambientale che li terrorizza. La paura che cerco di suscitare con questi scatti non va intesa come il classico spavento da colpo di scena, è più come una sorta di malessere sottocutaneo che si ciba dei colori e delle sfumature più cariche di vita, un po’ come la nostra società attuale. Lo considero un timore “moderno”, un sentimento negativo generato del nostro viver quotidiano, scandito solo da futili scadenze e debiti insaldabili. Forse c’è anche un po’ di denuncia politica nelle miei immagini ma mi piace pensare che ognuno possa trarre le sue conclusioni dalla loro visione senza essere troppo influenzato dai miei intenti iniziali.

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“I miei personaggi preferiscono i tenui grigi ai colori abbaglianti”. Qual è il ruolo del colore all’interno della tua poetica, cosa rappresenta il grigio dei tuoi personaggi e quali sono i colori che contrapponi ai tuoi personaggi?

L’uso del colore è molto legato al mio stato d’animo. Devo ammettere di non essere stato completamente coerente al mio intento iniziale che consisteva nel realizzare soltanto scatti estremamente desaturati (infatti ho deciso da poco di rimuovere anche il titolo del mio primo sito “Between black and white” proprio perché trovo che alcuni degli ultimi lavori stonino con questa affermazione). Generalmente comunque preferisco realizzare immagini più tendenti al bianco e nero che alle tinte accese figlie della pop art warholiana (di cui comunque sono un fan accanito). Adoro tutto il filone dell’arte minimalista e in generale l’uso di colori spenti perché li trovo molto più adatti alle tematiche che tratto nei miei scatti.

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Il tema della maschera: maschera come qualcosa che falsifica, maschera come pretesto, maschera come mezzo di rivelazione dell’Io più nascosto. Che tipo di maschera indossano i tuoi personaggi?

La maschera è una protezione, sia essa una maschera a gas, di carnevale o di cartapesta. Senza di essa, molto probabilmente, tutti i miei soggetti morirebbero nel giro di pochi minuti. Per loro è indispensabile prima di tutto per tutelare la loro individualità, è una sorta di appendice del proprio corpo, una droga a cui non sono più in grado di rinunciare. È molto più semplice lasciare parlare i lineamenti di una maschera che quelli del proprio viso.

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Non persone ma personaggi, icone, stereotipi: negazione dell’essenza umana o metodo per esaltarla all’ennesima potenza?

La seconda. Decisamente. La mia filosofia visiva ha il solo scopo di esaltare la complessità e il fascino dell’individuo umano inteso nel suo senso più ampio, non ho mai pensato nemmeno per un secondo di annientarlo o semplificarlo. Se ci pensi bene, è dall’alba dei tempi che l’uomo cerca con tutti i suoi mezzi (filosofia, religione, psicanalisi…) di definirsi. Siamo così meravigliosamente complessi! Forse il trucco sta proprio nell’evitare di prendersi troppo sul serio. L’arte è prima di tutto un gioco, una forma d’evasione soggettiva e democratica perché chiunque può utilizzarla per dare la sua interpretazione di vita.

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Se dovessi sceglierne solo uno, qual è l’aggettivo che daresti alla tua ricerca artistica?

Uno solo è veramente ostico! Comunque direi “disincantata”. So che può sembrare un controsenso se rapportata alla serie Silent Places che trattava solo di fiabe, ma, anche in quel caso, si trattava in realtà di atmosfere solo in apparenza fiabesche ma che invece poggiavano su un substrato di realtà fin troppo cinico e realista.

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In molte tue opere ricorre l’elemento dell’aria: c’è una ricerca di leggerezza e di intangibilità all’interno di questi “incubi” ?

Sì esatto. Essendo la maggior parte di queste immagini, fotogrammi di incubi, penso che sia quasi obbligato includere anche questo aspetto. Quando ripensiamo a un sogno o un incubo della notte precedente, è raro riuscire a ricordarlo in ogni preciso dettaglio. Spesso è più come scrutare da una serratura in una stanza immersa nella polvere o in qualche liquido denso e opaco. Spesso la parte affascinante dei sogni è proprio quella sensazione di galleggiamento e impalpabilità che ci lasciano la mattina appena svegli. Mi piace quindi accostare la cupezza di certi contesti con l’eterea sospensione dei suoi protagonisti. È una contrapposizione che genera un iniziale spaesamento nell’osservatore e quindi lo obbliga a soffermarsi qualche secondo in più, proprio come quando ci sforziamo e concentriamo per ricostruire un sogno.

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La tua prossima sfida fotografica: Stefano Vs.?

I volti.

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Per saperne di più: http://www.stefanobonazzi.it/

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